Il primo effetto da discoteca nacque ancor prima delle discoteche stesse. Già prima della Prima Guerra Mondiale era stato scoperto che se si illumina una sfera coperta di piccoli specchi si ottiene un fascio di luce per ogni specchio.
Quando le discoteche presero piede nei tardi anni 1960, fu proprio l'effetto della classica sfera specchiata ad essere adottato per primo.
L'illuminazione dei locali era affidata a semplici lampadine rosse per dare un tono caldo all'ambiente, ed un piccolo proiettore con una ruota forata che girava davanti ad esso era il pioniere dei moderni strobo.
La lampada UV, in principio nata per usi fotografici, che come è risaputo fa splendere le cose bianche nel buio, venne immediatamente adottata nelle discoteche quando fu scoperto che faceva risplendere la biancheria delle ragazze anche da sotto i vestiti e pure i denti dei danzatori splendevano, ma di verde!
1968
La prima vera luce da discoteca fu costruita nel 1968, quando si iniziò ad applicare l'elettronica a questi dispositivi. L'idea di far illuminare le lampade a seconda dei volumi delle diverse frequenze musicali, sistema conosciuto come "Sound To Light", fece nascere il primo sistema di controllo basato sulla musica, ancora oggi utilizzato.
In sostanza, le tre catene di luci collegate al sistema si illuminavano più o meno brillantemente a seconda del volume di bassi, medi o alti.
Questo sistema si diffuse con molto successo fino al '73 e si evolse nella versione a quattro canali, che seguiva bassi, medio-bassi, medio alti e alti. Purtroppo questa tecnica difettava di un grande problema di base: era troppo complessa. L'occhio umano non coglieva a pieno queste "illuminazioni musicali" e non riusciva a collegare il gioco di luci alla musica.
1973
Nel 1973 nacque un nuovo sistema, simile, ma rivoluzionario: il "Sound Chaser".
L'idea era quella dell'inseguimento luminoso, ovvero accedere un canale per volta, uno dopo l'altro ad ogni picco di basso. Questo garantiva lo scorrere dello spettacolo luminoso ad ogni colpo di batteria: la semplicità del sistema era ben colta dall'occhio umano che poteva vedere il movimento al vero ritmo di musica. Ancora oggi console analogiche per proiettori sfruttano questo intelligente sistema.
1978
Assistiamo al successivo, grande cambiamento nel 1978 con l'introduzione della macchina del fumo. Era arrivata una nuova dimensione nelle discoteche, la terza dimensione. Sì, perché finalmente tutti gli effetti luce potevano essere valorizzati con la loro materializzazione nell'aria grazie all'alto indice di rifrazione delle particelle del fumo.
Il boom dei Pin Spot (oggi conosciuti come PAR36) lo vediamo proprio in questo periodo: il fascio di luce concentrata generato da questa lampada alogena era l'ideale per produrre raggi in aria attraverso il fumo. I vecchi spot (PAR38, R95, ecc) non si comportavano altrettanto bene.
Sound Chaser, Pin Spot e macchine del fumo erano un mix imbattibile, che possiamo rivivere ancora oggi nei locali old-style.
Fino ad ora abbiamo assistito a lampade colorate, lampade che si accendono a tempo di musica e si rincorrono. Ma il prossimo passo verso l'evoluzione moderna è il movimento. I Pin Spot, grazie alla loro luce concentrata, furono subito adottati negli effetti motorizzati come "l'elicottero" che muoveva in cerchio una serie di questi riflettori o lo scanner, che grazie a uno specchio portava da un lato all'altro il fascio di luce (lo scanner come lo intendiamo oggi arriverà molto più tardi). Non abbiamo più tutti gli effetti accesi durante la serata: ora il nuovo compito di attivare questi nuovi e complessi proiettori al momento giusto e disattivare quelli non necessari al tipo di brano era carico del DiscJockey, mentre i più grandi club si poterono permettere una nuova figura dedicata solo a questo compito: il LightJockey. Eccoci in piena corsa tecnologica, ed assistiamo alla compara dei primi banchi luci che permettevano l'accensione e spegnimento tramite TRIAC, per evitare i classici "bump" che affliggevano la catena dell'amplificatore ogni qualvolta che si attivavano o disattivavano queste potenti luci.
Il Pin Spot ha dominato il mercato fino all'arrivo di un vero effetto: il Flower. In pratica questo proiettore genera diversi fasci grazie a una piccola sfera specchiata all'interno, portandoli poi attraverso delle lenti per la diffusione. I fasci potevano essere colorati individualmente e addirittura potevano, grazie all'affermato sistema del light chaser, ruotare a tempo di musica. Ovviamente questi effetti, oggi tra i puù economici e all'ordine del giorno, erano all'epoca molto costosi, e ancora una volta solo i più grandi club potevano permetterseli.
A questo punto assistiamo a un rimodernamento continuo di idee vecchie: secondo i tre principi dei raggi multipli, fasci in aria e attivazione musicale riconduciamo tutti i nuovi e sofisticati prodotti.
1990
Siamo nel 1990: ecco la comparsa dell'illuminazione intelligente, ovvero lo scanner, il quale poi si evolverà nelle sue forme più complesse come il testamobile.
Il principio è semplice: mandare un fascio di luce attraverso un filtro colorato e un foro di precisa forma (chiamato gobo) e muovere il risultante fascio, colorato e sagomato, grazie a uno specchio mobile orizzontalmente (PAN) e verticalmente (TILT).
Queste quattro funzioni base dello scanner erano direttamente controllate dal DJ o LJ.
Inizialmente chiamato Scanner Intelligente, è passato alla vecchia denominazione di Scanner con la comparsa dei veri scanner intelligenti, ovvero controllati elettronicamente. Questi scanner "stupidi", inizialmente costosissimi (ancora più dei moonflower) hanno un'attivazione musicale o casuale.
Tanti scanner significa tanto lavoro se devono essere controllati manualmente uno per uno: ecco che assistiamo alla comparsa del DMX, o, per meglio dire, all'arrivo del DMX, visto che si tratta di un protocollo già in uso nel mondo teatrale.
Risparmiando le dozzine di cavi che dovevano essere portate a ogni scanner, il DMX tramite un semplice cavo microfonico collega in cascata tutte le apparecchiature del locale.
In pratica, invece di inviare con un cavo per ogni effetto delle apparecchiature la tensione necessaria per attivarli, tramite un linguaggio digitale il DMX può "parlare" ai proiettori dicendogli cosa fare.
Siamo arrivati ai giorni nostri, la comparsa del segnale digitale DMX ha segnato la nuova era dei proiettori intelligenti, grazie al quale un intero spettacolo può essere orchestrato nei minimi dettagli interamente da una consolle preprogrammata.
Nuovi sistemi, nuove luci e nuovi protocolli di comunicazioni, presenti e futuri.